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Zarif, l'uomo di accordi impossibili che riunisce falchi e moderati



Colto, calmo, apprezzato dai duri e considerato indispensabile dai moderati, il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, che è venuto a Biarritz inaspettatamente mentre si svolgeva il G7, è l'uomo degli accordi e delle soluzioni. Ed è soprattutto l'uomo che può tenere aperti i canali tra Teheran e l'America, forse rintracciando i contatti stabiliti quando studiava all'Università di San Francisco. O raccogliere "crediti", come quelli nati dal suo aiuto, quando era solo un giovane diplomatico, per il rilascio di ostaggi statunitensi rapiti in Libano dalle milizie sciite.

Autore con Barack Obama dell'accordo iraniano del programma nucleare del 201

5, oggi è un obiettivo perfetto per gli slogan populisti dell'amministrazione Trump, che gli hanno imposto sanzioni personali, collegandole a una presunta vicinanza all'Ayatollah Khamenei. Spesso considerata una "colomba", in realtà la sua è una figura "ponte", in grado di trovare accordi tra radicali e progressisti.

E quando si è dimesso lo scorso febbraio perché non era stato avvertito dell'arrivo di Bashar Assad a Teheran, per chiedergli di riconsiderare, il presidente Rohani, il suo grande protettore, scese in campo, ma anche il potente generale Qasem Soleimani, comandante della brigata Al Quds, forza d'élite del Pasdaran.


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